Chiama il 118, la lunga attesa per un'ambulanza mentre il padre muore

Bruno Cirelli
Agosto 9, 2017

Una donna di Albano Laziale soccorre alle 3 di notte il padre dopo un malore.

Fuori, scalza, suono ai vicini. Poi, d'improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono. In questi minuti di tragedia e sofferenza non c'è solo disorganizzazione e burocrazia inefficiente, ma anche il segno di una società sempre più disumanizzata, così come sottolinea la donna: "Questo racconto è perché nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica 'Rimanga in attesa' ". A telefonare ai soccorsi nel frattempo si sono aggiunti anche i vicini.

All'operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre. Alle 3.26 qualcuno risponde e gira la chiamata alla centralina del 118 più vicina: riparte la voce luciferina del disco fisso, "rimanga in attesa". Intanto, alle 3:26 parte un'altra chiamata al 118 dal telefono della ragazza di mio fratello. Gliel'ho visto in faccia.

Urlo, mi sembra un incubo. L'attesa è quella di una figlia che vede pian piano il papà andare via, mentre lei prova inutilmente a chiamare il 118. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto.

Un uomo esce di casa e la donna gli chiede aiuto, ma ormai è troppo tardi: il padre è morto. Due minuti dopo risponde una voce: "Signorina, le mandiamo un'ambulanza, se vuole". Volevo aiuto e ho avuto solo una voce registrata. O se non ci fossero stati, nella casa accanto, mio fratello e la ragazza. Nel frattempo Valentina cerca di sollevare il padre disteso a terra sanguinante, impiega tutta le sue forze, ma al telefono nulla cambia.

Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina.

Alle 3.34 non c'è più speranza, l'uomo è morto.

Mio padre si chiamava Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi pregi e i suoi difetti. È la dolorosa storia che la giornalista Valentina Ruggiu ha raccontato oggi sul quotidiano La Repubblica.

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