Golpe dei militari in Myanmar. Aung San Suu Kyi agli arresti

Bruno Cirelli
Febbraio 2, 2021

Anche la Svizzera, tramite il DFAE, si è detta preoccupata per le conseguenze del trasferimento dei poteri all'esercito e ha chiesto il rilascio di tutti gli arrestati, tra cui la leader e Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. I sistemi di comunicazione che erano stati interrotti dopo il colpo di stato sono tornati martedì mattina, così come le connessioni telefoniche e Internet.

Secondo la televisione dei militari, lo stato di emergenza durerà almeno un anno. Personalità a Yangon prevedono che i militari costringeranno a nuove elezioni entro un mese.

Tra i molti interrogativi che scaturiscono dalla notizia del colpo di stato in Myanmar (ex Birmania), ce n'è uno che interessa particolarmente chi ha a cuore la lotta per l'autodeterminazione del popolo Karen, etnia in guerra da oltre settanta anni con il governo centrale.

Dopo quattro anni passati in India, Suu Kyi si trasferì all'Università di Oxford, dove incontrò il suo futuro marito.

I militari hanno spiegato di aver agito per riparare ai "brogli elettorali".

Nessun vero patriota Karen piangerà per l'arresto della "Lady", seducente icona per gli ambienti diplomatici e finanziari dell'Occidente, ma incarnazione di un nazionalismo birmano che, pur non arrivando allo sciovinismo della giunta militare, ha ignorato totalmente le istanze delle numerose etnie che abitano il Paese. E' stata anche criticata per non aver condannato con rigore le violenze dell'esercito sui profughi Rohingya, la popolazione musulmana della regione di Arakan, invisa anche a molte fasce della popolazione birmana.

Più di due settimane fa, in Myanmar è andato in visita il ministro cinese degli Esteri, Wang Yi.

E dall'esterno arrivano diverse reazioni: Singapore, Malaysia e Indonesia hanno espresso preoccupazione per la situazione mentre Filippine, Cambogia e Thailandia hanno definito il colpo di Stato un affare interno. Intanto, proprio oggi il dossier sul Myanmar finirà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove con ogni probabilità la Cina si opporrà a provvedimenti drastici.

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