Alberto Zangrillo a Non è l'Arena: "Ecco perché sono rimasto in silenzio"

Ausiliatrice Cristiano
Ottobre 21, 2020

"Se il sistema sanitario globale è composto da una serie di entità che non danno tutte il massimo, i malati o coloro che temono di diventare malati si presentano tutti in pronto soccorso e noi allora non ce lo facciamo", ha affermato ancora il medico. Ma solo di pochi.

"Sono contrario al metodo della paura: ossia a spaventare i cittadini affinché reagiscano come voglio io".

E aggiunge: "Con il virus dobbiamo imparare a convivere".

Per Zangrillo vanno protette innanzitutto le persone fragili, quelle che maggiormente tendono ad aggravarsi se si infettano. Queste ultime sono "ancora sotto controllo perché la risposta alle terapie è migliore rispetto allo scorso marzo e aprile". Sono certo che con comportamenti corretti dal punto di vista qualitativo, riusciremo a risolvere anche i problemi quantitativi. Quindi Zangrillo parla di rinunce, che "servono a salvaguardare tutto ciò che deve rimanere attivo".

Per il medico, infatti, "è fondamentale la diagnosi tempestiva che solo i medici di famiglia possono mettere in atto".

Il professor Alberto Zangrillo sulla seconda ondata di coronavirus: "Inviare in ospedale solo chi ne ha bisogno". Però serve che cresca il senso di responsabilità in ognuno e che tutti assumano le loro responsabilità. "Ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità, altrimenti il problema diventa di proporzioni importanti".

Lo ha detto a Non è l'arena il professor Alberto Zangrillo, prorettore dell'Università San Raffaele e responsabile dell'Unità operativa di Terapia intensiva generale e cardiovascolare dell'Irccs San Raffaele di Milano. Questa pandemia, al tempo stesso, ha rivelato una triste realtà sul fronte sanitario sintetizzabile nella mancanza di infettivologi, immunologi e rianimatori. Nonostante, il suo senso civico "mi obbliga a obbedire", Zangrillo ritiene che "certe terminologie evocano scenari che non vorrei lasciare in eredità ai miei figli".

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