Mafia nigeriana, scovato nelle campagne di Grotte il 30enne indagato

Bruno Cirelli
Luglio 23, 2020

È l'atto di affiliazione con cui la mafia nigeriana ingrossa le sue file in Italia.

A conclusione di una lunga e articolata attività di indagine, martedì all'alba è stato eseguito il decreto che dispone il fermo di 19 cittadini nigeriani facenti parte di un'associazione di tipo mafioso denominata "Supreme Eiye Confraternity (SEC)" o "EIYE", sodalizio radicato in Nigeria, ma diffuso in molti Stati europei ed extraeuropei, equiparato per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali. A scoprirlo è stata la polizia di Teramo, in collaborazione con quella di Ancona, nell'ambito di una vasta operazione che ha portato a un nuovo arresto di decine di mafiosi "d'importazione" africana nel nostro Paese. I fermati, hanno spiegato gli investigatori, appartengono alla cellula che opera sulla costiera del Teramano fino ad Ancona e anche fuori dalla Nigeria replicano in tutto e per tutto gli schemi della cosca madre: la segretezza del vincolo associativo, la ritualità dell'affiliazione, l'adozione di linguaggio e simbologia rigorosi, la violenza delle azioni.

I componenti del nest Pesha, in particolare, sono specializzati nel riciclaggio e nell'illecita intermediazione finanziaria verso la Nigeria (attraverso il meccanismo della "avala"), nella tratta di giovani donne e nello sfruttamento della prostituzione, che avviene per lo più lungo la strada della Bonifica del Tronto a San Benedetto, nello spaccio di stupefacenti, ma anche nelle violenze nei confronti degli adepti di altri culti, come quello dei Black Axe, o vendette punitive verso altri connazionali. L'associazione a delinquere si configura come una confraternita i cui membri, alla presenza del boss, sottopongono i nuovi adepti a un rito di affiliazione, attraverso atti di violenza, riti tribali e un giuramento di fedeltà alla "orientation", un decalogo di regole da rispettare scrupolosamente. Sono 5 i nigeriani scoperti nell'Anconetano: uno, un trentenne, considerato il boss del gruppo e soprannominato "Id" o "Solid G", viveva a Jesi insieme ad altri tre connazionali.

L'ingresso nella confraternita prevede l'obbligo alla partecipazione, mediante il pagamento di una sorta di "tassa di iscrizione", al finanziamento della confraternita verso la quale gli associati sono a disposizione tendenzialmente "per la vita".

Nel corso dell'indagine sono state documentate molte riunioni dei membri dell'associazione che avvenivano prevalentemente, per ragioni di segretezza, nelle abitazioni di alcuni membri con ruolo direttivo. Durante tali riunioni questi (denominati Ibaka) definivano le strategie criminali del gruppo.

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