Una mutazione rende il virus più contagioso

Barsaba Taglieri
Luglio 3, 2020

Il team internazionale di ricercatori dimostra che la variante ha migliorato la capacità del virus di infettare le cellule umane e l'ha aiutata a diventare il ceppo dominante che circola oggi nel mondo, quello di cui dovremmo essere spaventati perché anche se avrebbe rallentato per via del caldo, in autunno potrebbe tornare più forte che mai.

Come tutti i virus anche il SARS-CoV-2 è soggetto a mutazioni che possono modificare il suo comportamento sotto diversi aspetti. Gli scienziati, coordinati dalla dottoressa Bette Korber, ricercatrice del Dipartimento di Biologia Teorica e Biofisica presso il laboratorio di Los Alamos, all'inizio di maggio pubblicarono una ricerca preliminare nella quale sottolineavano che si stava diffondendo una variante genetica più contagiosa del coronavirus chiamata D614G, a causa di una mutazione nella sua proteina S. Quest'ultima, una glicoproteina che forma le strutture a "ombrellino" attorno al pericapside (guscio esterno) del patogeno, viene sfruttata per legarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, disgregare la parete cellulare, far riversare all'interno l'RNA virale e dare inizio alla replicazione e dunque all'infezione (la COVID-19). In laboratorio sembra renderlo più infettivo.

La mutazione era già stata descritta ad aprile dagli stessi ricercatori in uno studio pubblicato sul sito bioRxiv, senza però revisione scientifica. In base ai commenti arrivati da altri colleghi e dalla rivista Cell, gli studiosi americani hanno condotto ulteriori esperimenti, analizzando i dati di 999 pazienti britannici ricoverati per Covid-19.

Hanno così potuto osservare una maggiore quantità di particelle virali in chi aveva questa mutazione. "Attualmente sono disponibili decine di migliaia di sequenze e questo ci ha permesso di identificare l'emergere di una variante che è rapidamente diventata la forma dominante a livello globale". "C'è in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, non c'era a Wuhan", rileva Giorgio Palù, virologo dell'università di Padova. La variante mutata sarebbe inoltre maggiormente trasmissibile e responsabile di una carica virale più elevata nei positivi, ma non di condizioni cliniche più gravi per i pazienti. Talvolta chi è infettato da D614G presenta una carica virale superiore rispetto a chi è stato infettato dalla versione "originale" del SARS-CoV-2, e questo potrebbe essere legato alla maggiore capacità infettiva. Se lo renda più virulento, cioè capace di provocare forme più gravi di Covid-19, è ancora da dimostrare. Ci sono del resto anche persone asintomatiche con questa mutazione. Ma se il virus è cambiato, questo rischia di inficiare le terapie mirate e i vaccini allo studio?

La cosa che non bisogna dimenticare - conclude Palù - è di mantenere comunque alta la cautela, continuando ad indossare le mascherine, lavarsi le mani e mantenere il distanziamento.

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