Bagno di sangue in Iraq, già 400 morti

Bruno Cirelli
Dicembre 1, 2019

Il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha annunciato l'intenzione di presentare le sue dimissioni al Parlamento all'indomani delle violenze commesse contro i manifestanti nella provincia di Dhi Qar. Dallo scoppio delle proteste ai primi di ottobre a Baghdad e in tutto il sud sciita, il venerdì - giorno della tradizionale preghiera islamica comunitaria - si trasforma puntualmente in una giornata di cortei, manifestazioni e conseguenti scontri con le forze di sicurezza.

In seguito a questo ennesimo massacro, l'ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità in Iraq in rappresentanza dei musulmani sciiti ha condannato l'utilizzo della forza da parte di polizia e militari contro i manifestanti e ha chiesto un nuovo governo.

Il governatore della regione meridionale di Dhi Qar, teatro nelle ultime ore di sanguinosi scontri tra forze di sicurezza e manifestanti, ha annunciato le sue dimissioni in dissenso con il governo centrale di Baghdad.

Un altro motivo delle proteste è stato sicuramente l'influenza esercitata dall'Iran nella politica irachena. Altri morti anche a Baghdad e a Najaf.

La spallata decisiva ad Abdul Mahdi è arrivata poco dopo. Secondo due recenti inchieste, rispettivamente dell'Associated Press e di Reuters, sarebbe proprio l'Iran - nei panni del potente generale Qassem Suleimani, capo delle guardie rivoluzionarie iraniane - a controllare quanto stesse avvenendo in Iraq, sin da inizio ottobre, quando sono iniziate le proteste. Dall'altro lato, ampliando la prospettiva di analisi, il governo si troverebbe stretto in una morsa: conservare le relazioni con gli Stati Uniti e non perdere l'appoggio economico di Teheran.

Sale così a circa 400 vittime la conta complessiva.

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