ROMA. Batterio killer, due nuovi casi in Emilia Romagna

Barsaba Taglieri
Novembre 23, 2018

Sono 100 finora i casi segnalati, a livello mondiale, di infezione da Mycobacterium chimaera, il cosiddetto batterio killer che avrebbe provocato la morte di alcuni pazienti in Veneto e in Emilia Romagna.

La procura di Vicenza, indagando sul caso, ha scoperto che sono state sei in tutto le vittime: quattro a Vicenza, una a Padova e una a Treviso. Il macchinario in questione è il LivaNova Stockert 3T prodotto dalla LivaNova Deutschland GmbH.

Alla sua morte l'avvocato della famiglia ha presentato un esposto alla Procura di Vicenza. Accertamenti che la Regione sta conducendo anche su richiesta del ministero della Salute. Il procuratore aggiunto di Vicenza, Orietta Canova, ha detto: "Bisogna avere chiarissimo il quadro inerente il macchinario, il suo utilizzo e le comunicazioni in merito per capire se ci sono delle responsabilità".

Sono una trentina in Emilia-Romagna le macchine cuore-polmone che permettono la circolazione extracorporea nel corso di particolari interventi cardiochirurgici; quelle su cui si è concentrata l'attenzione della Regione sono una ventina, di cui cinque già dismesse negli anni e sostituite. Le cartelle cliniche sotto esame sono 134, e da queste sono già emersi 4 primi casi sospetti e due decessi.

Per il ministero della Salute che parla di 'epidemia da Chimera', i casi di infezione in Italia sarebbero centinaia.

Chimaera, un batterio decisamente subdolo e resistente che probabilmente si è annidato nelle apparecchiature della sala operatoria, ha già mietuto sei vittime in Veneto e due in Emilia Romagna tra i pazienti sottoposti ad intervento cardiochirurgico con circolazione sanguigna extracorporea.

Il Mycobacterium chimaera, batterio identificato per la prima volta nel 2004, è diffuso in natura e presente soprattutto nell'acqua potabile.

L'ospedale rende noto, invece, che "all'epoca dei fatti l'esistenza e la probabilità di esposizione al micobatterio tramite l'utilizzo di questi macchinari non poteva essere conosciuta in quanto la conoscenza di tale problematica è avvenuta per il mondo medico italiano successivamente ai fatti citati". L'azienda nel 2015 ha chiesto la sanificazione del macchinario senza ritirarlo dal mercato. "E tutti i certificati di analisi sono sempre risultati negativi al batterio", spiega ancora il presidio.

La sorte capitata al dottor Demo però non è stata isolata: altri cinque pazienti, infatti, erano morti a causa dello stesso batterio, estremamente insidioso perché ha un tempo di incubazione che va da uno a cinque anni, causando febbre e deperimento fisico apparentemente slegati a cause definite, che però portano in un caso su due al decesso.

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