Myanmar | Amnesty International revoca alta onorificenza ad Aung San Suu Kyi

Bruno Cirelli
Novembre 15, 2018

Amnesty International ha revocato il fregio di "Ambasciatore della coscienza" con cui, nel 2009, aveva insignito Aung San Suu Kyi. Naidoo, come riportato dall'Ansa, nella missiva ha scritto:"Siamo profondamente costernati che lei non rappresenti più un simbolo di speranza, coraggio e di indomita difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo".

Amnesty con questo gesto ha inteso denunciare il silenzio della donna anche sulle "molteplici violazioni dei diritti umani" osservate da quando ha assunto la guida del governo birmano nel 2016. Naidoo ha espresso la delusione dell'organizzazione per il fatto che - a metà del suo mandato, e otto anni dopo il rilascio dagli arresti domiciliari - Aung San Suu Kyi non abbia usato la propria autorità politica e morale per proteggere i diritti umani, la giustizia e l'uguaglianza in Myanmar, citando ad esempio la sua apparente indifferenza nei confronti delle atrocità commesse dall'esercito del paese e la crescente intolleranza verso la libertà d'espressione. "Il fatto che neghi la gravità e l'entità delle atrocità (contro i Rohingya) significa che ci sono poche speranze che la situazione possa migliorare", ha aggiunto. Oltre 720'000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh.

Lo scorso 30 agosto l'Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani Zeid bin Ra'ad Al Hussein ha chiesto alla presidente birmana di dimettersi, ma San Suu Kyi ha però imputato i disordini ai terroristi e ha rispedito al mittente ogni critica. L'ha affermato il vicepresidente Usa Mike Pence alla leader di fatto dell'ex Birmania, Aung San Suu Kyi oggi a margine del summit ASEAN. Nel frattempo i media statali hanno pubblicato articoli infiammatori e disumanizzanti che alludono ai Rohingya come "pulci umane detestabili" e "spine" che devono essere eliminate. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all'accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati. Tuttavia, nei due anni trascorsi da quando l'amministrazione civile è salita al potere, difensori dei diritti umani, attivisti pacifici e giornalisti sono stati arrestati e imprigionati mentre altri affrontano minacce, vessazioni e intimidazioni per il loro lavoro.

Infine le leggi repressive - comprese alcune di quelle usate per arrestare Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani - non sono state affatto abolite. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari.

"Amnesty International ha preso molto sul serio la richiesta fatta da Aung San Suu Kyi quel giorno, motivo per cui non distoglieremo mai lo sguardo dalle violazioni dei diritti umani in Myanmar", ha detto Kumi Naidoo. "Continueremo a lottare per la giustizia e i diritti umani in Myanmar - con o senza il suo sostegno".

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