Pernigotti, i turchi Toksoz chiudono la storica fabbrica italiana

Paterniano Del Favero
Novembre 7, 2018

Rocchino Muliere, il sindaco di Novi Ligure (Alessandria), reagisce così all'annunciata chiusura della Pernigotti, storica azienda del cioccolato. "L'amministratore delegato era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento". E la diffusione su scala globale di gianduiotti, torroni e cremini piemontesi. Probabilmente il nome non scomparirà, ma lo farà la storica fabbrica di Novi Ligure. E' il primo giugno e il capitale per l'impresa ammonta a seimila lire. Tanto che 25 aprile del 1882 quando Re Umberto I in persona suggerisce e concede a Pernigotti la facolta' d'innalzare lo stemma reale sull'insegna della sua fabbrica. Sono anni di soddisfazioni e investimenti che porteranno la fabbrica, ad allargarsi e assumere nuovo personale.

- IL GIANDUIOTTO PRODOTTO DI PUNTA E ALTRE PRELIBATEZZE Nel 1919 a Francesco succede il figlio Paolo, che prende le redini dell'azienda di famiglia.

Nel 1927 la Pernigotti avvia la produzione industriale del gianduiotto, nel 1935 viene acquistato un altro marchio storico la Sperlari. Uno per tutti il prestigioso 'Diploma di Gran Premio' conseguito all'Esposizione nazionale e internazionale di Torino. Nel 1936 Paolo Pernigotti lancia la produzione dei preparati per gelateria. Nel 1944 un bombardamento distrugge l'opificio che viene ricostruito e trasferito negli ex magazzini militari di viale della Rimembranza che adesso chiudono. Nel 1971 acquistò la Streglio, specializzata in prodotti a base di cacao mentre negli anni Ottanta attraversò una crisi che portò alla vendita di Sperlari, nel 1981 alla statunitense H.J.Heinz Company. Nel 1995 Stefano Pernigotti, rimasto senza eredi dopo la scomparsa dei due figli ancora giovanissimi in un incidente stradale in Uruguay nel luglio 1980, decide di cedere lo storico marchio novese alla famiglia Averna, nota per i successi legati al settore delle bevande alcoliche. D'altronde la società dal 2013 è di proprietà del gruppo turco, appunto, Tuksoz. "Ciò significa 100 lavoratori a casa e altrettante famiglie in difficoltà".

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