RomaFF13, Paolo Virzì: "Notti Magiche è una rivisitazione satirica del passato"

Ausiliatrice Cristiano
Ottobre 30, 2018

Un gruppo di tifosi guarda la partita sul Lungotevere e, mentre l'Italia manca l'accesso alla finale, un'automobile cade nel Tevere con un uomo dentro. D'altronde tutti e tre sono nati proprio dal 1990 in poi.

Peccato che la cornice e lepilogo (ovvero la scoperta su chi ha ucciso quel produttore smargiasso e con le mani in pasta che rimanda inevitabilmente a Vittorio Cecchi Gori ed è interpretato da un Giancarlo Giannini sopra le righe) siano puramente funzionali e di servizio ad una storia che invece punta sul colore e sulla vitalità frenetica di personaggi spesso appena accennati e con psicologie ridotte allosso.

I tre giovani sono molto diversi per carattere, indole, provenienza: Antonio è un messinese colto e ampolloso ma ingenuo che si lascia ammaliare fino a corrompersi, Luciano orfano di padre proviene da una famiglia del ceto operario di Piombino, è 'famelico e sfacciato', Eugenia, romana di famiglia borghese, figlia di un influente politico, problematica e incline all'ansia e alla depressione è colei che ospita gli altri due nel suo attico in centro.

Il risultato, in virtù di tale smodato tono grottesco che attraversa Notti magiche dall'inizio alla fine, con un abbondare incontrollato di macchiette e situazioni paradossali ed estreme, rappresenta una tappa singolare nel cinema dell'autore. Se nel sopracitato film viene mostrato un quadro cupo e corrotto, questa volta il background appartiene a ciò che Virzì conosce bene e che ha vissuto: il mondo di produttori e produzioni negli anni '90. Viene mostrata senza giri di parole un'industria culturale stanca e senza nuove idee, che ormai ha sorpassato anche il periodo dei cult movie degli anni '80.

Con il pretesto di un noir Virzì si intrufola nella corte dei grandi miti (Scola, Fellini, Zavattini, Risi, Scarpelli, ecc), senza però nominarli esplicitamente (per la maggior parte dei casi) e segue il punto di vista di tre giovani sceneggiatori (tra cui c'è lo stesso regista che nel 1985 da Livorno si trasferisce a Roma), accusati di aver a che fare con l'incidente d'auto del produttore (Giancarlo Giannini). "Ci siamo presi la libertà impertinente di smitizzare il nostro cinema glorioso".

Alle spalle gli intrecci amorosi e non, permeati di un forte e intenzionale maschilismo.

Un po' la stessa ambiguità, curiosamente, che sembra imprigionare il film di Virzì, a metà ritratto amarognolo e condiscendente dei sogni di grandezza della gioventù (i protagonisti di Notti magiche sono tre giovani aspiranti sceneggiatori) e a metà ritratto malinconicamente appassionato di un cinema - e di un modo di farlo - che sembra irrimediabilmente tramontato. Notti magiche è quindi divertente e ironico, a tratti, ma non convince fino in fondo.

Anche i personaggi appartengono, in un certo senso, a quel mondo, essendo estramamente didascalici e privi dell'introspezione che caratterizza i lavori del regista livornese. Il regista de La pazza gioia si mette al lavoro con gli amici sceneggiatori Francesca Archibugi e Francesco Piccolo subito dopo la morte di Ettore Scola, uno dei veterani della commedia all'italiana. Notti Magiche farà sicuramente sorridere molti cinefili nel ritrovare riferimenti espliciti (e non) alla storia del cinema, ma poco altro.

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