Alzheimer, lo studio: sonnolenza durante il giorno aumenta rischio di ammalarsi

Barsaba Taglieri
Settembre 12, 2018

Ma avvertire sonnolenza diurna potrebbe anche essere associato al rischio di ammalarsi di Alzheimer: infatti chi di giorno si sente assonnato negli anni a venire ha un rischio triplo di presentare nel proprio cervello depositi di proteine tossiche tipiche della malattia, ovvero le placche di beta-amiloide. All'inizio dello studio il campione ha compilato questionari sulla qualità del sonno, sulla sonnolenza diurna, comprese informazioni sull'abitudine di fare un riposino durante il giorno.

In assenza di patologie e/o uso di farmaci, una delle cause possibili della sonnolenza diurna può essere il disturbo del ritmo circadiano del sonno, legato all'addormentarsi con fatica, al sonno interrotto e ad altri problemi inerenti la qualità del sonno. La seconda ipotesi è che invece sarebbe il deposito di questa proteina nel cervello a causare i disturbi del sonno e quindi con ragionevole probabilità anche la sonnolenza nel corso delle ore del giorno.

Ai soggetti presi in esame è stato chiesto precedentemente di compilare un questionario inerente ai loro momenti di riposo notturno e diurno. I partecipanti allo studio sono stati seguiti per diversi anni, alcuni anche per 16 anni, e sottoposti a esami particolari, come per esempio la PET, con lo scopo di individuare nel cervello la presenza della proteina tossica beta-amiloide.

Ancora non risulta chiaro come possano essere correlati questi due fattori relativi alla sonolenza diurna e al maggiore rischio di sviluppare l'Alzheimer, tuttavia i ricercatori hanno ipotizzato due possibili spiegazioni. In ogni caso i risultati di questo studio potrebbero rappresentare un passo in avanti per la comprensione dei meccanismi di insorgenza dell'Alzheimer, in quanto se si stabilisse con certezza che i disturbi del sonno effettivamente passono aumentarne il rischio, allora il trattamento dei pazienti che soffrono di insonnia potrebbe impedire lo sviluppo di questa malattia.

Gli studiosi, coordinati dal professor Adam P. Spira, docente presso il Dipartimento di salute mentale dell'ateneo statunitense, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato i dati di pazienti coinvolti nel Baltimora Longitudinal Study of Aging (BLSA), la cui condizione fisica è stata valutata sin dal 1958.

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