Cosa dice sul Sud il rapporto Svimez 2018

Paterniano Del Favero
Agosto 3, 2018

Sono le anticipazioni del rapporto 2018 dello Svimez, l'associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno. "La crescita dell'economia meridionale nel triennio 2015-2017 - spiega il rapporto - ha solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso dalla crisi nel Sud". Aumenta l'occupazione, ma debole e precaria, mentre si amplia il disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. Ciò grazie al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%).

"Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all'estero".

"Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362mila a 600mila (nel Centro-Nord sono 470mila)", si legge nelle anticipazioni.

Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del 3,9%, consolidando la ripresa dell'anno precedente: l'incremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%). Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l'Isola invece si è fermata allo +0.4%. In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo.

In assenza di una politica adeguata, anche l'anno prossimo il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente (nel 2010). Insomma, sintetizza, "si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani".

A stare peggio, in questo contesto, sono i giovani: "Il saldo negativo di 310mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578mila), di una contrazione di 212mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)". Secondo lo Svimez questo si traduce nella creazione "di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche". In generale, si tratta di una tendenza nazionale: numeri alla mano, nel 2017 la popolazione italiana ammonta a 60 milioni e 660mila unità, in ulteriore calo di quasi 106mila unità. In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l'infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti. In base alle sue previsioni, quest'anno il pil del Meridione crescerà solo dell'1% contro il +1,4% del Centro-Nord e nel 2019 c'è il rischio un forte rallentamento dell'economia meridionale: +0,7% contro il +1,2% nel Centro-Nord. Tra le regioni meridionali, quella che fa registrare il maggior numero di abbandoni è la Sicilia, che perde 9,3mila residenti (-1,8 per mille), seguita dalla Campania (-9,1mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e dalla Puglia (-6,9mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).

Suscita preoccupazione anche un altro fenomeno, che la Svimez definisce "drammatico dualismo generazionale". Anche nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato segni di consolidamento, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131 mila residenti. Altra conferma: "I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema ospedaliero meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri". Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l'Emilia Romagna.

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