UE: la Libia non è un porto sicuro

Bruno Cirelli
Luglio 18, 2018

"È un bipolarismo europeo che va superato" ha aggiunto.

La Bertaud, prosegue Forbes, "copre le attività del presidente dell'organizzazione Jean Claude Juncker" e, conclude, "ha servito come portavoce della campagna 'Juncker for President', gestisce le relazioni con la stampa e sta anche coordinando il portavoce di un servizio stampa che copre le politiche degli affari interni dell'UE per il primo vicepresidente Frans Timmermans". La Commissione ha replicato al ministro dell'Interno dicendo "non consideriamo la Libia un porto sicuro". Il Governo ha parlato di vittoria politica, con il ministro dell'Interno intervenuto a Mosca sulla situazione: "Dobbiamo cambiare la normativa: bisogna rendere quelli libici dei porti sicuri". "Nessuna operazione europea e nessuna imbarcazione europea" riporta i migranti salvati in mare in Libia, perché "non consideriamo che sia un paese sicuro".

La risposta di Salvini non si è fatta attendere: "L'Unione Europea vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome, o si cambia o saremo costretti a muoverci da soli". Ma stavolta interviene anche l'italiana Lady Pesc, Federica Mogherini, che spiega al Vicepremier: "La decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è una decisione politica da prendere". Chi può riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee.

Dalla Libia fanno sapere che in poche settimane il numero di persone che affronta la traversata nel Mediterraneo per arrivare in Italia si è dimezzato.

I 378 migranti dei 450 rimasti a bordo delle due navi della Guardia di Finanza e del dispositivo Frontex sono sbarcati al porto di Pozzallo.

Formalmente non si tratterà di una proposta legislativa, ma di una "concept note", una descrizione di massima, che dovrebbe permettere agli Stati membri che decidono di partecipare su base volontaria di mettere in opera la cooperazione regionale sugli sbarchi. L'accettazione da parte dei paesi di primo ingresso di "centri sorvegliati" è una "condizione" per ottenere la ridistribuzione dei richiedenti asilo, aggiungono le fonti europee.

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