Brindisi - Duro colpo alla Sacra Corona Unita, 12 arresti

Bruno Cirelli
Mag 15, 2018

I due boss getivano i traffici dal carcere con "pizzini" e un cellulare segreto.

Avrebbero dato disposizioni ed ordini dal carcere, attraverso corrispondenze e telefonate, riuscendo a ricostruire e compattare un gruppo criminale: arrestati alcuni fiancheggiatori affilati ed esponenti della Scu, (sacra corona unita) del territorio di Brindisi, Tuturano e Mesagne. Gli arresti sono stati eseguiti grazie ai numerosi scambi di pizzini tra i soggetti coinvolti ma anche grazie al supporto delle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia.

Stamattina la Squadra mobile di Brindisi ha bloccato l'intento dei criminali arrestando 12 persone, tre delle quali già in carcere. Gli arrestati sono: Raffaele Martena, 32 anni già detenuto, Antonio Campana, 39 anni, già detenuto, Juri Rosafio, 41 anni, Igno Campana, 63 anni, Ronzino De Nitto, 43 anni, Fabio Arigliano, 47 anni, Mario epifani, 37 anni, Andrea Martena, 32 anni, Andrea Polito, 29 anni, Vincenzo Polito, 33 anni, Enzo Sicilia, 33 anni, Nicola Magli, 37 anni, già detenuto. L'accusa è per tutti di associazione per delinquere di tipo mafioso con l'aggravante di appartenere ad un'associazione armata. Tali risultati giungono alla conclusione di una delicata e complessa attività d'indagine, coordinata dalla DDA di Lecce e svolta dalla Squadra Mobile di Brindisi su impulso e con la collaborazione della Polizia Penitenziaria di Terni, che ha portato all'arresto di 12 persone.

Campana tramite il telefono seuqestrato aveva espresso una chiara minaccia nei confronti del pm che in passato lo aveva indagato e fatto condannare all'ergastolo.

L´introduzione di questo filo diamantato sarebbe avvenuta attraverso una cintura, indossata da un familiare, per partecipare a un colloquio in carcere. Per riuscire nel progetto di fuga, il recluso era entrato a far parte di una compagnia teatrale formata da detenuti e in occasione di una rappresentazione teatrale avrebbe fatto in modo di reperire un particolare filo, il cosiddetto "capello d'angelo" che gli avrebbe permesso di segare le sbarre e tentare, così, l'evasione. Al passaggio presso il metal detector, il complice avrebbe dapprima tolto la cintura per superare il controllo, per poi indossarla nuovamente e sfilare da questa il filo, da consegnare al recluso durante il loro colloquio.

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