Il filo nascosto: la recensione del nuovo film con Daniel Day-Lewis

Ausiliatrice Cristiano
Febbraio 24, 2018

Le donne entrano ed escono nella vita di Woodcock con cadenza sistematica.

Ma quando inizia anche lei, come le altre prima, a manifestare segni inusitati di ribellione (genere, imburrare le tartine durante la prima colazione facendo un piccolo rumore, o non amare alla follia la fantasia da lui scelta per un abito, e dalla di lui sorella approvata), accade l'insospettabile: la tenera ed ingenua ragazza di campagna sfodera una resistenza ed una tenacia inaspettata e ribalta quasi totalmente la situazione, trasformandosi da vittima sacrificale prescelta a carnefice (occasionale). Paul Thomas Anderson è molto antipatico, forse solo perché è il più figo di tutti. Come se non ci fosse possibile eccellenza senza un po' di distruzione del corpo, come se cercare di essere il massimo non possa poi non coincidere con la mortificazione del fisico, specie in un business che si fonda sui corpi femminili. Lei sembra perplessa, ma non offesa. Il massimo di hipsterismo che si è concesso è stato prendere il gruppo più californianamente fighetto in circolazione (le bravissime Haim) e girargli i video, semplici piani sequenza delle loro performance dal vivo, però pure lì quelle luci, quelle inquadrature, quella sua firma inconfondibile. Nella Londra degli anni 50, Woodcock è un rinomato stilista; scapolo impenitente, abituato a una routine maniacale e sempre proteso alla ricerca ossessiva della perfezione assoluta nel proprio lavoro. Vuole sentirsi riconosciuta e necessaria. E poi proprio lì mette la zampata, quel momento che ti fa pensare a quanto assurdo sia quel sentimento, quella scena che ti fa domandare quanto pazzi ma alla fine infinitamente reali siano i due protagonisti. E nulla vi è più pericoloso. Lui è un sarto dell'aristocrazia londinese dopo l'ultima guerra, e cioè Daniel Day-Lewis al suo congedo dalla recitazione (un'amica mia dice: è come Barbra Streisand, che ha annunciato il tour d'addio venti volte).

Anderson dirige con la grazia e l'ingegno di chi non ha più da dimostrare nulla a nessuno una storia romantica dai toni Hitchcockiani pronta a esplodere in una folie à deux. Solo a quel punto capirà che il controllo può essere in mano anche a qualcun altro. Paul Thomas Anderson, non chiedetemi come, riesce a mettere tutto questo film, a far esprimere la sofferenza e l'insofferenza, la necessità di dover cambiare quando si conosce qualcuno e la bellezza del sacrificio. Ne ricalca anche lo schema. La giovane (e nuova) amata viene accolta nella vita del protagonista maschile, che sembra distante e distratto.

Non utilizza paroloni, elucubrazioni, ma la potenza delle immagini e il talento dei tre attori: dall'immenso Daniel Day-Lewis (non ci lasciare), all'incredibile Lesley Manville (i cui sguardi bastano per spiegare una meritatissima candidatura all'Oscar®) all'esordiente belga Vicky Krieps, impeccabile e intensa. Accompagnamento ideale di queste personalità instabili, la sublime colonna sonora di un Jonny Greenwood perfetto nell'aderire, con le proprie note, ad ogni micro oscillazione emotiva. Assorbire l'intera ricchezza del Filo nascosto può richiedere più di una visione.

Lasciati alle spalle i minutaggi imponenti e i virtuosismi smaccati del passato, con Il Filo Nascosto Paul Thomas Anderson ci mostra finalmente il suo cinema della maturità.

Gli attori calibrano gesti attentissimi e non hanno mai (letteralmente) un capello fuori posto.

Romanticismo, brama, veemenza, malinconia: sono tante declinazioni diverse della lotta spasmodica tra amore e potere che da sempre anima il suo gesto filmico.

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