L'appello a papa Francesco

Geronimo Vena
Aprile 4, 2017

Un appello che la Federazione nazionale della stampa italiana, con il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente Giuseppe Giulietti, ha subito fatto proprio e rilanciato: "Chiediamo alle istituzioni - affermano i vertici della Fnsi - di non lasciar cadere l'appello lanciato dalla famiglia Regeni e di accogliere la richiesta, avanzata dal senatore Manconi e dal portavoce di Amnesty, Riccardo Noury, di trattenere a Roma l'ambasciatore italiano per tutto il tempo necessario a far luce su questa complicata vicenda".

"Siamo sicuri - ha detto Paola Regeni - che il Papa non potrà in questo viaggio non ricordarsi di Giulio, unendosi alla nostra richiesta concreta di verità per avere finalmente la pace".

"Nel corso della sua visita in Egitto, il Papa affronti la vicenda di Giulio".

Giulio Regeni è morto il 25 gennaio 2016 a Il Cairo e da allora i genitori del giovane ricercatore non hanno mai smesso di combattere per ottenere la verità. Si tratta di due "ufficiali", dice ancora l'avvocato, "che hanno rapporti molto stretti con persone che avevano a loro volta rapporti con Giulio" e che sono anch' esse coinvolte nella sparizione.

I coniugi Regeni nella mattinata del 3 aprile 2017 hanno tenuto una conferenza stampa in Senato a Palazzo Madama per non spegnere i riflettori sulla scomparsa del figlio Giulio Regeni.

Manconi all'attacco: nonostante lepromesse stato d'inerzia Quello di Giulio Regeni è un "omicidio di Stato" perché nel suo assassinio hanno "avuto un ruolo significativo strutture e settori degli apparati di intelligence e di polizia nonché alcune istituzioni politiche", ha detto il presidente della Commissione diritti umani del Senato Luigi Manconi, sottolineando come "nonostante le promesse e le svolte annunciate dall'Egitto, quello che è provato è lo stato d'inerzia" delle autorità di quel paese. Noi siamo una famiglia normale catapultata in questa situazione. La verità, sulla morte di Giulio, non c'è ancora ma appare più vicina, e il passo è importante se si pensa alle tante false piste percorse nei primi mesi di indagini: prima si parlò di un incidente stradale, poi di una rapina finita male, con il passare delle settimane si insinuò che il giovane fosse stato ucciso perché ritenuto una spia, poi che fosse finito in un giro di spaccio di droga, di festini gay, di malaffare che l'aveva portato a farsi dei nemici. Nell'opera, oltre all'immagine di Giulio, si vedono anche un gatto "simbolo dell'Egitto ferito" e la scritta in arabo "ucciso come un egiziano". "E non sapere ci tormenta", ha detto infine l'avvocata Ballerini. "Ma chiediamo che l'ambasciatore italiano non torni al Cairo e, anzi, ci auguriamo che anche gli altri paesi dell'Ue facciano la stessa cosa". "Ma si tratta di brandelli di verità strappati da noi a forza e non arrivati grazie a una collaborazione". I documenti di Giulio furono trovati quello stesso giorno in casa della sorella del capo della presunta banda e si disse che i cinque erano legati alla morte del giovane.

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